SIN CITY di Robert Rodriguez - Frank Miller

La visione del film di Rodriguez mi ha sconcertato in modo profondo. Proverò ad esporne un giudizio personale che non vuole elevarsi a postulato definitivo, ma rappresenta le sensazioni provocate da un primo impatto con un opera difficilmente classificabile, alla quale fornirò una seconda possibilità al momento dell’uscita nelle sale italiane. In casi come questo mi ritrovo costretto a dare alcune premesse che rendano più chiaro l’approccio con cui ho affrontato questo film: in particolare sento di dover introdurre Frank Miller e il mio giudizio su Rodriguez. Partiamo dal primo. Fino ad una tarda adolescenza, masticavo in quantità esagerate fumetti di ogni tipo: bonelliani, manga, roba d’autore, nonché i comics americani. Di questi ultimi adoravo le profonde caratterizzazioni psicologiche che taluni autori riuscivano a fornire a superoi o personaggi “normali”. Tra questi autori sussistevano dei veri e propri talenti letterari: Neil Gaiman, Alan Moore, Chris Claremont e (guarda caso) Frank Miller. Questo sceneggiatore/disegnatore dal genio indiscusso ha dato vita ad alcune tra le più belle storie che abbia mai letto. Il suo cupo e metropolitano Daredevil, fortemente umanizzato rispetto ai canoni della Marvel e caratterizzato in modo a dir poco eccelso, grazie anche alla totale libertà che la casa editrice gli fornì per le sue storie (i disegni e la gestione creativa in toto della testata), segnò una nuova era grazie soprattutto a miniserie come Born Again e The Man Without Fear. L’autore Miller continuava ad evolversi (Elektra - Assassin e, dopo il passaggio alla DC, il sorprendente Ritorno del Cavaliere Oscuro), ma col trascorrere degli anni e con il successo che le sue storie ebbero, incominciò a prospettarsi un’opportunità di libertà creativa che si concretizzò con l’etichetta indipendente Legend (fornitagli dalla casa editrice Dark Horse). Tra le molte opere di questo nuovo periodo, spicca sopra tutte Sin City, un vero e prorio capolavoro fumettistico che, prendendo spunto dalla letteratura hard-boiled, ricreava una città spietata e violenta dove crudi anti-eroi combattevano le loro battaglie private. Svariate mini-serie composero l’opera la quale, grazie alle stupende tavole disegnate dallo stesso Miller (piene di un bianco netto che solidificava l’impianto espressionistico della grafica abolendo totalmente le variazioni di grigio), ascese in breve tempo l’olimpo delle opere memorabili, raccontando un mondo raccapricciante quanto realistico, infarcito di personaggi estremi e di grande impatto. Persi la testa per quella serie. Potrete quindi comprendere quale sia stato il mio stupore nello scoprire che Rodriguez era riuscito laddove in molti avevano miseramente fallito: portare sul grande schermo una rappresentazione di quest’opera. E non solo. Assumere lo stesso Miller come co-regista nella realizzazione del film. Mi sono tornati alla mente i pomeriggi trascorsi fra quelle magnifiche tavole durante la mia adolescenza e l’attesa si è fatta snervante, fino a quando non ho ceduto al desiderio e ho deciso di gustarmelo in originale. Passiamo adesso al secondo personaggio che veste il ruolo di protagonista in questo progetto: Robert Rodriguez. Devo ammetterlo, non adoro alla follia il regista. L’ho sempre considerato un talento sprecato che, seppure non rappresenti “l’ombra” di Tarantino come in molti professano, ha sempre posto sopra a qualsiasi impegno registico la ricerca di un intrattenimento fine a sé stesso, che rende le sue opere incoerenti e incostanti nonostante l’indubbia perizia tecnica con cui sono state realizzate. Once Upon A Time in Mexico ne è la prova eclatante. L’idea del sodalizio con Miller, però, mi forniva un’inspiegabile certezza che il risultato sarebbe stato ottimo. Del resto allo stile di Rodriguez si potrebbe benissimo affibbiare l’aggettivo “fumettistico” e l’utilizzo che fa della macchina da presa è notevolmente radicato in una rappresentazione che trova molti tratti in comune con le tavole dei comics (le inquadrature dei personaggi, per fare un esempio, oppure certe riprese delle sequenze d’azione). In sostanza, il binomio Miller/Rodriguez prometteva molto e le mie aspettative erano grandi, dannatamente grandi… Adesso non resta che rivelarvi il mio personale giudizio sul film. C’è un netto alternarsi tra pregi e difetti nelle conclusioni che ho tratto alla fine della visione. Difficile dire a chi attribuire meriti e colpe, in quanto il legame fra i due autori è risultato particolarmente marcato, fino alla compenetrazione totale in molte sequenze, ma andiamo per gradi… Uno dei fattori fondamentali che merita di essere approfondito è il lato sperimentale di quest’opera: l’innovazione e l’originalità risiedono non tanto nell’utilizzo “a manetta” del green screen e di effetti di computer graphics, ormai elementi basilari nella maggior parte delle grandi produzioni hollywoodiane, quanto nella resa grafica, o piuttosto nell’intero impianto visivo, che è stato realizzato in fase di post-produzione. Si è cercato un vero e proprio metodo di rappresentazione delle tavole di Miller, con un lavoro obiettivamente certosino e raffinato, che ha prodotto risultati a dir poco ottimi… Già. Se c’è un aspetto in cui Sin City rasenta la perfezione è proprio l’impatto visivo. Ci si possono ritrovare tutte (o quasi) le idee grafiche che hanno reso grande il fumetto, a partire dall’utilizzo del bianco “a contrasto” e delle rare esplosioni di colore, fino ad arrivare ai primi piani ossessivi e ai fondali scuri e magnetici, che avvolgono l’immagine di una cupezza esasperata quanto ricercata. L’apporto di Miller risulta fondamentale persino nei dettagli, negli evidentissimi cerotti e nelle rughe che ricoprono Marv, nelle luci che scheggiano la città come lampi immobili, nei colori degli occhi evidenziati all’estremo, nelle rappresentazioni surreali delle uccisioni. Ogni fotogramma è una vera e propria tavola disegnata, in cui le evidenze realistiche delle classiche immagini cinematografiche vengono soppresse in favore delle tonalità cromatiche e dell’utilizzo smodato di luci ed ombre. Non ci sono dubbi, in questo campo il film risulta più che riuscito e garantisce notevoli soddisfazioni per chi conosce le atmosfere del fumetto. Un altro aspetto che mi preme sottolineare in positivo sono le realizzazioni dei personaggi. Marv (Mickey Rourke) ne è la prova concreta: il suo volto limaccioso, la sua violenza che esplode inaspettatamente, la voce che avevamo soltanto potuto immaginare quando narrava le sue gesta nella prima miniserie, così roca e vissuta, sono fedeli in modo perfino esagerato alla sua figura su carta. Lo stesso si può dire per quasi tutti gli altri personaggi, denotando un lavoro sugli attori non indifferente: basta pensare a come il faccino angelico di Elijah Wood venga trasfigurato nella presenza più inquietante dell’intero film, Wolf Kevin. Non serve eccessiva introspezione psicologica (peraltro superficiale anche nell’opera di Miller) per infondere carisma e istantaneo affiatamento nella percezione di personaggi che appartengono ad un mondo più distante di quanto si creda da quello cinematografico. Purtroppo le note dolenti iniziano a farsi sentire là dove la regia di Rodriguez la fa da padrone… Le dinamiche da noir, l’ottimo gusto estetico, le fantomatiche scene d’azione, la visionarietà barocca e l’indubbia perizia tecnica non bastano, per l’ennesima volta, ad annullare le lacune che Rodriguez aveva già sottolineato nei suoi film precedenti. Manca una coesione narrativa che non sfrutta l’occasione di avvalersi di ottimi plot, destrutturando il contesto solo a favore delle singole sequenze e della singola idea ad effetto. Manca una varietà formale che possa esulare dall’entertainment puro per elevarsi a senso filmico. Si potrebbe anche soprassedere a questo fattore, considerando che il cinema moderno è assenza o densa confusione di senso e segni, ma quando il tutto diventa un patchwork registico che si basa sull’unico obiettivo di una rappresentazione il più fedele possibile a quella fumettistica, tralasciando con superficialità le consolidate basi che rendono un film cinema e non confusionario montaggio, non si può non rimanere indifferenti ad una tale sconsideratezza. In conclusione, rimane soltanto da stabilire quale fosse il risultato che il binomio voleva raggiungere. Se l’obiettivo era un esempio figurativo di come i mezzi cinematografici possano essere utilizzati per la trasposizione di un mondo (quello dei comics) sullo schermo cinematografico, allora il risultato è stato pienamente raggiunto, appropriandosi di un fascino che nemmeno il recente Spiderman ha raggiunto a livello visivo. Se, d’altra parte, l’obiettivo era una compenetrazione fra i due mondi che riuscisse a fondere le possibilità offerte dagli stessi in un’unica espressione, conviene tornare a parlare dei film di Raimi… 

Partorito in modo insano da: abysso a maggio 07, 2005 15:58 | link | commenti |
cinema, film, robertrodriguez


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