Qualche settimana fa mi è capitato fra le mani il noto libro di Anne Rice, primo capitolo delle “Cronache dei Vampiri”. Incuriosito dalla sua fama ho deciso di leggerlo, scoprendo un’originale prospettiva su uno dei temi (se non “il” tema) più abusato dagli scrittori horror. La sua freschezza tematica risiede nell’affrontare certe caratteristiche del mito dei vampiri che erano sempre state tralasciate o poste in secondo piano nelle altre mie personali letture sull’argomento, sorvolando sui “marchi di fabbrica” più obsoleti. Il paletto di frassino, le croci, l’aglio, vengono abbandonati a favore di un approccio più metafisico alla natura vampiresca; l’aspetto gotico e l’ambiguità sessuale vengono enfatizzati e lo stesso accade per il rapporto con l’eternità del protagonista, dilaniato dall’inarrestabile mutare del tempo e dal male di cui è portatore, in eterno conflitto con i residui di umanità che persistono nel suo animo. L’idea più apprezzabile era proprio quella di mettere in ombra gli avvenimenti a cui il protagonista, Louis, assiste nei suoi due secoli di non-vita, portando in primo piano le relazioni interne alla razza e la ricerca di un’origine, di un significato esistenziale per i portatori del dono oscuro. Oltre a quelle dello stesso Louis, leggiamo le vicende degli altri vampiri che hanno popolato la sua vita: il suo creatore Lestat, cinico predatore che ripudia quegli stessi rimorsi che popolano la mente del protagonista, Claudia, vampira-bambina crudele con gli uomini
quanto legata all’umanità di Louis, Armand, disincantata e decadente figura che crede di aver trovato in quell’umanità un potente legame con le mentalità dei nuovi secoli. Ogni personaggio tratteggiato eccelsamente, in un connubio di psicologie opposte o affini che l’autrice descrive con acutezza e stile affascinanti. Come spesso mi accade, quando è stato tratto un film da un romanzo che mi ha colpito, cerco spasmodicamente di rintracciare la trasposizione per poter confrontare le due opere, spinto da un impellente desiderio di comparare, smontare e, infine, valutare. Questo è ciò che è accaduto ieri sera quando ho finalmente assistito al film di Neil Jordan e posso senz’altro affermare che, ancora una volta, il consunto luogo comune sulla supremazia dei romanzi nei confronti delle opere cinematografiche da essi tratte è stato consolidato. Purtroppo. Lo sconforto si è inoltre amplificato scoprendo che la sceneggiatrice, carnefice suprema del romanzo, è la stessa Anne Rice, a dimostrazione che scrivere buoni libri non presuppone talento nello scrivere buoni screenplay. Seppur la regia di Jordan non sia da buttar via, incentrata com’è a rendere visivamente gotica e opprimente l’ambientazione nelle New Orleans e Parigi del diciottesimo secolo, è proprio la sceneggiatura a perdere colpi ad ogni sequenza. I temi portanti sono affrontati in modo discontinuo, incostante, gettando in un’irritante
confusione percettiva qualsiasi spettatore non abbia letto il romanzo. Molte parti focali del racconto sono state saltate a piè pari, allo scopo di utilizzare solo quel materiale che potesse avere un maggior effetto scenico, ma rendendo il lungo flashback della storia un inesorabile accumulo di situazioni, impedendo ai personaggi di spiccare se non per la prestanza fisica degli attori, spaesati anch’essi nei ruoli inconsistenti che gli sono stati affibbiati. Non c’è passione, non c’è coerenza narrativa, manca totalmente un qualsiasi tipo di coinvolgimento a causa di queste immense lacune nella struttura del film. Dopo i primi venti minuti subentrano sconforto e noia al punto che anche il notevole sforzo registico di Jordan, apprezzabile se prendiamo alcune sequenze sconnettendole dal contesto (ne è un esempio l’operetta allestita nel “Teatro dei Vampiri”), risulta fine a sé stesso e privo di effettiva sostanza. Se poi si riesce, con immane sforzo, ad assistere al finale del film, non resta che provare disgusto per il bieco citazionismo di massa che accomuna le albe di “Sunrise” e “Nosferatu” di Murnau a quella di “Superman”, per poi farci assistere all’inesorabile suicidio dell’intera opera con una sequenza conclusiva in piena ottica yankee (ma che ci incastra con tutto il resto del film?) sulle note di “Sympathy for the Devil”, opportunamente resa cover dai Guns’n’Roses. Non rimane che farsi avvolgere da un triste dispiacere per l’occasione buttata al vento e per le due ore sprecate nella visione. Forse sarebbe stato più piacevole farsi suggere il sangue da un vampiro…

DOGVILLE di Lars Von Trier
INTERVISTA COL VAMPIRO di Neil Jordan
SIN CITY di Robert Rodriguez
Discussione - Riflessioni su Godard
Visitato *loading* volte